19 Feb Bambini inconsolabili, mamme disperate
Non posso ricordare nulla dei primi anni di vita, intendo almeno fino al II o III anno. Ovviamente, ricordo i racconti dei grandi, le loro parole per descrivermi, i loro commenti, gli aggettivi che mi hanno attribuito, gli avverbi che hanno dato spessore a queste descrizioni.
Occhi grandi e profondi. Un corpo esile fin dalla nascita. Troppo vivace e bizzosa. Poco appetente e per nulla amante del cibo. Agitata. Pestifera. Piuttosto rapidamente e stupefacemente autonoma. Fiera e ribelle. Troppo sveglia. Intelligente, molto curiosa. Sgambettante e allegra. Agitata. Sempre in movimento. A tratti arrabbiata e musona. Estroversa e comandina.
Mentre prendevano vita i racconti su di me, si andavano definendo anche le narrative che parlavano della mamma che di me si occupava. Emergeva evidente e martellante l’idea che io fossi stata per lei “un carico da novanta”.Una bambina troppo pesante per le sue fragili risorse emotive. Fatica, sfiancamento, sforzo, strapazzo, esaurimento, sfinimento sono le parole che mi evocavano i racconti delle nostre interazioni.
Lo psichiatra e psicoanalista newyorkese Daniel Stern (1934-2012) si è pronunciato nei suoi testi a favore dalla “pulsione intersoggettiva” del piccolo dell’uomo: il neonato avrebbe innato il desiderio e l’attrazione verso la mente e il corpo della madre, innato sarebbe il suo desiderio di avvicinarsi a lei ed interagire gioisosamente.
Altri autori, in particolare Anne Alvarez (1993), parla del bisogno del bambino di “sentirsi oggetto di godimento per la madre”. Quando questa condizione si realizza, nella coppia mamma-bambino si attiva una sensorialità propizia al successivo sviluppo psico-fisico di quest’ultimo. Purtroppo, non sempre questa atmosfera reciprocamente gioiosa e desiderante si istaura tra il neonato e il caregiver, quanto piuttosto un clima pesante fatto di fatiche e ansie, frustrazioni e dolore. In questa seconda circostanza, la traiettoria dello sviluppo psico-fisico-emotivo del neonato subirà crescenti deviazioni con distorsioni del Sè emergente. A proposito di queste distorsioni, Donald Winnicot ha coniato il termine di “falso Sè”, intendendo uno sviluppo difensivo e abortivo della personalità del bambino che ha dovuto “cedere” di fronte alle pressioni di un ambiente (caregiver) non in grado di offrire adeguata sintonizzazione e vitalità.
Lentamente ma inesorabilmente sono diventata una bambina troppo indipendente e falsamente autonoma, della serie, se non vi piaccio posso tranquillamente fare a meno di voi! Questa fu la parte che scelsi, senza sapere che la stavo scegliendo, senza conoscerne le conseguenze
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